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Alcol e invecchiamento cerebrale - 3  

Sono quindi indagini di scarsa utilità per la nostra ricognizione sull'invecchiamento cerebrale perchè, come si è detto, sono state condotte generalmente su animali da laboratorio, trattati con dose unica e, inoltre, senza che venisse attuata una distinzione di età fra gli animali saggiati. È presumibile che nell'assunzione cronica le variazioni a livello di neurotrasmettitori possano riconoscere meccanismi più complessi per la coesistenza di fenomeni malnutrizionali che interessano vitamine, aminoacidi, oligoelementi e precursori. Un qualche valore, comunque, può essere attribuito agli studi sperimentali a cui abbiamo accennato in quanto ci confermano la capacità dell'alcol etilico di modificare il "turnover" dei neurotrasmettitori con un'azione di tipo diretto. Gli effetti che si riscontrano negli animali da laboratorio con la somministrazione acuta di etanolo sono depurati, infatti, da tutte le intromissioni di tipo mediato, come ad esempio i fenomeni carenziali che possono accompagnare il trattamento cronico.

È appunto sulla scorta di studi condotti nell'animale che Freund è riuscito a individuare le basi molecolari attraverso cui alcol ed invecchiamento biologico concorrerebbero in modo conforme al deterioramento cognitivo e comportamentale, intervenendo simmetricamente sia sul depauperamento neuronale che sul tono neurotrasmettitoriale di regioni cerebrali diverse. È pertanto presumibile che, come avviene nell'invecchiamento naturale, anche nell'assunzione cronica di etanolo possano verificarsi considerevoli modificazioni dei neurotrasmettitori, una variazione della densità recettoriale ed alterazioni dell'affinità che i recettori presentano nei confronti degli stessi mediatori.

Desiderando quindi approfondire i meccanismi d'inter ferenza tra invecchiamento ed alcol è evidente che nuovi studi dovranno essere indirizzati a livello di sinapsi, sede in cui si realizzano, forse primariamente, i mutamenti funzionali responsabili dei "deficit" cognitivi e comportamentali rilevati negli animali e nell'uomo. Resta comunque il fatto che già le attuali conoscenze sui sistemi neurotrasmettitoriali e sulle loro variazioni metabolicofunzionali nella senescenza cerebrale ci suggeriscono di non sottovalutare, in questo campo, il ruolo dell'alcol che, anche nei cosidetti bevitori sociali, sembra in grado d'interferire positivamente, assieme all'età, nel processo d'invecchiamento. L'ultima delle principali azioni che vengono riconosciute all'alcol sulle strutture e sulle funzioni del neurone è provocata indirettamente dai suoi metaboliti. Il ruolo dell'acetaldeide e degli alcaloidi di neosintesi è al momento attuale ancora poco conosciuto e non completamente definito, nonostante che gli studiosi rivolgano sempre maggiore attenzione a queste sostanze. Generalmente la biotrasformazione dell'acetaldeide in acetato avviene molto più rapidamente che quella dell'alcol etilico in acetaldeide, per cui l'organismo rimane relativamente poco esposto agli effetti tossici dell'aldeide acetica.

In alcune situazioni, però, si può avere un aumento di acetaldeide talmente cospicuo da causare lesioni epatiche ed extraepatiche in notevole misura. L'aldeide acetica, infatti, è in grado di agire su tutte le strutture subcellulari, come è sicuramente dimostrato per il fegato e come è probabile che avvenga anche nei confronti di mitocondri, apparato del Golgi e microtubuli della cellula neuronale. Oltre che nell'intossicazione acuta si può registrare un importante aumento di acetaldeide nell'etilismo cronico e, quel che più ci interessa, nell'età senile, anche se per ora tale incremento è solo ipotizzabile sulla base di studi teorici che prevedono un diverso metabolismo dell'acetaldeide nei vecchi. Da una nostra ricerca, infatti, sulle modificazioni degli organuli subcellulari nella senescenza del fegato umano è risultato che nella età avanzata, oltre ad una ipertrofia del reticolo endoplasmatico liscio, si riscontrano frequenti alterazioni quantitative e qualitative dei mitocondri epatocitari. Questi dati ci permettono di avanzare la congettura che nell'età tardiva ci possa essere un rallentamento nella biotrasformazione dell'acetaldeide a causa della diminuzione numerica e delle alterazioni mitocondriali peculiari del fegato senile e che, parallelamente, possa verificarsi un incremento del metabolismo etanolico per una iperfunzione del MEOS a livello del reticolo liscio ipertrofico.

La conseguenza di tali ipotesi è che nel soggetto anziano, analogamente a quanto si riscontra nell'etilista cronico, ci si dovrebbe attendere un aumento dei livelli intraepatocitari e sierici della aldeide acetica, come del resto è stato dimostrato da Wiberg nei ratti vecchi. Sulla base di queste congetture, facilmente verificabili, esaminiamo ora brevemente quali siano gli effetti dell'acetaldeide sulla cellula neuronale, nella prospettiva di dare una valutazione più completa sull'azione del fattore alcol nel processo d'invecchiamento umano. Sull'attività diretta dell'aldeide acetica a livello neuronale si è già accennato in precedenza e non riteniamo, pertanto, di ritornare sull'argomento, in questo passo conclusivo, se non per ricordare che si tratta di una micromolecola molto diffusibile (e molto più reattiva dell'etanolo) che attraversa rapidamente la barriera ematoencefalica, raggiungendo in breve tempo un rapporto d'equilibrio tra sangue e tessuti. Rimane da puntualizzare, invece, la capacità dell'acetaldeide di interagire con le amine endogene, come adrenalina, noradrenalina, dopamina e serotonina, dando origine per condensazione a prodotti di neosintesi a cui è riconosciuta un'intensa attività biologica. La condensazione con le due prime amine endogene dà luogo, attraverso una base di Schiff intermedia, alla formazione di alcaloidi tetraidrochinolinici, mentre con la dopamina, tra le varie possibilità, predomina la neosintesi di un alcaloide morfinosimile quale la tetraidropapaverolina.

Uno dei prodotti che derivano dalla condensazione con la serotonina è la melanotonina, l'ormone epifisario, che si sarebbe mostrata capace di aumentare il consumo di alcol nell'animale. In definitiva possiamo osservare che gli effetti biologici di questi alcaloidi di condensazione possono divenire rilevanti in quelle evenienze che comportino un aumento dell'acetaldeide nel sangue e nel cervello, come avverrebbe appunto nell'età senile allorquando questa è accompagnata ad un consumo cronico di etanolo. Si è potuto dimostrare, negli animali, che gli alcaloidi di neosintesi possono avere molteplici meccanismi d'intervento sul deterioramento cerebrale, accumulandosi, ad esempio, nei granuli contenenti neurotrasmettitori del sistema adrenergico, competendo con i meccanismi di reuptake delle catecolamine e comportandosi talora come falsi neurotrasmettitori. Dati sperimentali abbastanza recenti hanno dimostrato, inoltre, che nel ratto gli alcaloidi isochinolinici sono in grado di indurre una degenerazione selettiva delle terminazioni adrenergiche.

Tutte queste acquisizioni sull'azione indiretta dell'alcol servono, a nostro avviso, a prospettare alcuni importanti ed ignorati meccanismi di accelerazione nel processo di deterioramento cerebrale senile, anche se in taluni casi si tratta ancora di congetture in attesa di una ratifica definitiva. Oltre a quelle che abbiamo sino qui esaminato vi sono probabilmente molteplici altre vie attraverso le quali l'etanolo, anche se assunto in dosi considerate adeguate, può indurre un deterioramento mentale che finisce col sommarsi, accelerandolo, a quello correlato alla sola età. Alcol ed età, ad esempio, sono considerati da molti studiosi come fattori additivi di rischio nel determinismo di "deficit" vitaminici e di oligoelementi, condizioni queste che sarebbero in grado, attraverso svariati meccanismi, di condurre ad uno scadimento delle funzioni cognitive superiori e del comportamento.

Ci sono inoltre altre turbe nutrizionali, oltre a quelle vitaminiche e dei metallitraccia, che vengono da Alcuni considerate nell'invecchiamento cerebrale come ulteriori possibili fattori di rischio. Ci riferiamo ad un improbabile ridotto apporto dietetico, a causa di malnutrizione alcolica, di alcuni precursori neurotrasmettitoriali quali il triptofano, la colina e la tirosina. Noi non riteniamo comunque che questo possa essere un meccanismo patogenetico influente, nemmeno in via secondaria, nel determinismo dei deficit cognitivi negli anziani, sia pure in presenza di abuso alcolico.

E soprattutto non riteniamo di poter considerare le carenze vitaminiche e minerali come il meccanismo preminente di deterioramento mentale attraverso cui agirebbe nell'anziano l'uso/abuso di bevande alcoliche. Nella precedente rassegna, sia pure con fini esclusivamente geragogici, abbiamo affrontato a fondo tale tematica e crediamo di avere a sufficienza esaminato le varie modalità con cui alcol, acetaldeide e prodotti di condensazione sono in grado di attivare autonomamente alcuni congegni neurobiologici di deterioramento cerebrale.

È evidente, pertanto, che non possiamo affrontare questo problema limitandoci a proporre la somministrazione di supplementi vitaminici, ma dobbiamo bensì promuovere interventi di tipo educazionale sull'uso veramente adeguato delle bevande alcoliche e, prima ancora, dobbiamo sollecitare la ricerca scientifica perchè definisca con sicurezza la soglia di rischio nell'assunzione cronica di etanolo. Tra gli intendimenti di questa esposizione vi era, per l'appunto, anche quello di suscitare nei lettori alcuni interrogativi sulla definizione di assunzione alcolica adeguata in generale e, soprattutto, in riferimento a quei bevitori che si trovano ben addentro nell'età geriatrica.

A questo proposito desideriamo sottolineare con particolare evidenza la scarsità in letteratura di pubblicazioni che si occupino di questo argomento, nonostante che negli ultimi quattro lustri si sia registrato, oltre all'incremento della popolazione anziana, un notevole aumento del consumo di alcol e di patologie ad esso correlate proprio nelle fasce più alte di età. Vien fatto altresì di osservare che i criteri usati per distinguere l'assunzione "adeguata" di alcolici da quella "inadeguata" mancano a tutt'oggi di un supporto scientifico in grado di valutare, come avviene per gli altri xenobiotici, la dose da considerarsi realmente priva di effetti dannosi nel corso di un consumo cronico. Dopo quanto si è detto sino a questo punto è evidente che per effetti dannosi da etanolo debbono intendersi anche quelli che possono tradursi in un precoce invecchiamento dell'organismo senza richiedere, obbligatoriamente, la mediazione del fenomeno patologico.

Il geriatra ed il gerontologo, quindi, di fronte all'uso di bevande alcoliche da parte dell'uomo adulto, devono porsi come compito principale quello di stabilire, anzitutto, la dose consentita con sicurezza alle diverse età della vita, nell'uomo e nella donna, e da cui non ci si debbano ragionevolmente attendere effetti dannosi di alcun genere, incluso un possibile invecchiamento prematuro clinicamente non patologico. Alcuni, come Tiengo, sono dell'opinione che l'apporto calorico inerente all'alcol, nella dieta dell'anziano, non dovrebbe superare il 10% delle calorie totali, percentuale che corrisponde a mezzo litro scarso di vino da assumersi nelle giornata. Non è affatto dimostrato, però, che tale quantità di alcol non comporti inconvenienti o danni nel corso degli anni ed, in particolare, non si hanno per ora studi rigorosi che possano escludere, come si è detto, un precoce invecchiamento dell'organismo riferibile a consuetudini alcoliche, socialmente accettate, che affondano le loro radici nella cultura millenaria di molte popolazioni.

Per sopperire a questa lacuna ha preso l'avvio, quest'anno, in Italia un progetto di ricerca epidemiologica, denominato Dionysos 2, che si propone di condurre uno studio longitudinale sulle popolazioni di due cittadine (Campogalliano in Emilia e Cormòns in Friuli) della durata prevista di tre anni. In tale progetto viene precisato l'obiettivo di studiare la relazione esistente tra il consumo di alcolici (e di altre "noxae" alimentari) e la prevalenza di malattie croniche di fegato nei due comuni prescelti, nella convinzione di poter definire, tra l'altro, una soglia tossica nell'assunzione alcolica cronica, sulla base unicamente del danno epatico indotto da tale consuetudine, anche se, in verità, del tutto recentemente si è visto con varie tecniche diagnostiche e test psicometrici che il danno cerebrale da alcol si instaura più precocemente e può rivestire pari importanza clinica e sociale.

Gli studi, comunque, che si occupano del deterioramento cerebrale provocato dall'etanolo si rivolgono, nelle gran parte, all'indagine dei danni neurologici conseguenti ad una assunzione inadeguata di bevande alcoliche, mentre da un punto di vista più specificatamente pedagogico potrebbe interessare maggiormente una valutazione del "deficit" cognitivo nei cosidetti bevitori sociali. Le nuove acquisizioni in questo campo, infatti, potrebbero servire, oltre che per un intervento di educazione sanitaria in senso lato, per una impostazione più corretta e completa dei programmi geragogici. La possibilità, infatti, di accertare nel modo più razionale possibile la dose di alcol concessa all'adulto è un'esigenza particolarmente sentita dal geragogo che deve preoccuparsi di ogni fattore in grado di interagire con l'età nel processo di senescenza. Parker e collaboratori sono stati i primi a considerare l'eventualità di una interazione con l'età da parte dell'alcol, anche a dosi "adeguate" come si ritiene venga assunto nei bevitori sociali.

Gli studi di questi Autori, basati su particolari test psicometrici, hanno dimostrato un deficit sensibile della capacità di astrazione e di adattamento anche con un uso modesto di alcol, mentre carenze nella capacità di memorizzazione e nell'apprendimento sono state rilevate soltanto in bevitori più forti, comunque sempre compresi tra i bevitori cosiddetti adeguati o sociali.

Per concludere, pertanto, la complessa tematica di questa indagine preliminare, ci sembra opportuno ribadire la necessità di ulteriori studi sulla reversibilità delle disgregazioni cognitive alcolindotte e, soprattutto, sui limiti di sicurezza in cui l'adulto deve mantenersi nell'uso delle bevande alcoliche. La notevole somiglianza, ampiamente confermata, tra alcuni "deficit" cognitivi prodotti dall'alcol con quelli causati dall'invecchiamento naturale, si riconferma, dopo questa nostra disamina, di estremo interesse per il gerontologo e per quanti si occupano di programmazione geragogica.

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