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Se ora noi volessimo prendere in considerazione, sia pure
nel modo interlocutorio che l'argomento richiede, le modalità
di attuazione di un programma geragogico in senso strettamente
pratico, dovremmo sottolineare, innanzi tutto, il ruolo fondamentale
rivestito dai tecnici (medici, operatori sanitari, operatori
sociali, ecc.) cui spetta il compito impegnativo e difficile
di suggerire regole di vita adatte ad una buona gestione del
proprio invecchiamento da parte del cittadino. Questa funzione
educatrice deve svolgersi attraverso un'opera d'informazione
ben calibrata e ben impartita, in modo da non generare inutili
paure o prevenzioni o creare miti e stereotipi tanto assurdi
quanto dannosi.
A questo proposito deve venir impartito dagli operatori
sanitari ai cittadini un comprensibile e continuo insegnamento
che riguardi il modo di porsi dell'individuo che invecchia
di fronte alla salute (ed alla malattia), insegnamento che
faccia prendere coscienza di quanta potenzialità creatrice
di benessere sia evocabile in ogni persona, purchè questa
sia opportunamente motivata e preparata a farlo. Viene naturale
a questo punto affermare che il discorso sull'educazione sanitaria
e sull'informazione del paziente (e della persona sana) non
può prescindere da quello sulla preparazione culturale del
medico. Per esso l'impostazione geragogica della propria attività
rappresenta un lavoro impegnativo, necessariamente sorretto
da adeguata preparazione culturale e psicologica, cui si può
giungere solo a costo di un radicale mutamento culturale,
appunto, mai del tutto indolore per un individuo che sia immerso
in una realtà come la nostra, così legata a rigidi schemi
di separazione-segregazione fra le varie attività di vita.
Questo indispensabile cambiamento di mentalità si esprime
in un nuovo modo di porsi "davanti al", o meglio "con" il
paziente. Dobbiamo essere convinti nel profondo che la comunicazione
(verbale o non verbale), fondamento del rapporto medicopaziente,
deve avvenire attraverso una straordinaria capacità di "parlare"
e di "ascoltare", che tradizionalmente non fa parte del bagaglio
accademico medico, sussistendo in alcune persone tutt'al più
come componente della personalità del singolo, come espressione
di un tratto caratteriale che nulla ha a che vedere con l'insegnamento
universitario ricevuto o con l'atteggiamento culturale corrente
(per lo meno di massa).
Secondo l'Aveni Casucci "occorre parlare con linguaggio
adeguato al paziente, tenendo precipuamente conto delle sue
capacità di comprensione, mettersi in una posizione d'ascolto
umile e priva di pregiudizi e stereotipi, decodificare i messaggi
in termini denotativi e non solo comunicativi, osservare soprattutto
il paziente nel suo linguaggio non verbale (mimico, gestuale,
grafico), così utile, se correttamente interpretato, e così
indispensabile allo stabilirsi di un buon rapporto medicopaziente".
Quella di ascoltare è un'abilità nuova "che esige una modificazione
naturale seppur parziale della personalità del medico, necessaria
alla sua nuova capacità". Così si esprimeva Balint negli ultimi
anni '50 e l'apparente banalità dell'affermazione viene subito
negata dal fatto che ci sono tutt'ora ben pochi (o troppo
pochi) sanitari che sappiano comportarsi adeguatamente ed
ispirare il proprio atteggiamento alle regole suddette.
Ascoltare e parlare quindi in questo "nuovo" modo che la
geragogia propone, richiede di fare della trasparenza, della
chiarezza, della capacità di capire e di essere capiti, la
nostra regola professionale. Non dimentichiamo che educare
gli altri significa sempre educare se stessi, insegnare agli
altri a prepararsi alla vecchiaia è un vantaggio anche per
chi funge da maestro, è uno scoprire negli altri (e quindi
anche dentro di sè) quelle potenzialità nuove che portano
ad una crescita globale dell'individuo.
La profonda convinzione che, come dicevamo dianzi, educare
gli altri equivale ad educare se stessi, dovrebbe determinare
una sana rinuncia ad una individualità esasperata (professionale
e umana), cosi tipica della nostra cultura, dovrebbe permettere
di fonderci in un afflato più alto con chi vive nel nostro
mondo e specialmente con chi è vicino a noi, dovrebbe consentirci
di crescere insieme e di intervenire insieme a sostegno delle
nuove esigenze esistenziali che la geragogia può insegnarci
a scoprire.
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