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Dalle poche indagini che sono state comunque condotte si
può desumere che il numero degli anziani soli sia piuttosto
rilevante e destinato per di più ad un continuo incremento
per l'inarrestabile processo di inurbamento delle popolazioni
rurali e per la nuclearizzazione della famiglia odierna. Se
prendiamo in esame la fascia degli ultrasessantacinquenni
possiamo calcolare ( sulla base dei dati riportati in letteratura
) che circa il 40% non mantiene alcun rapporto con i figli
e che la metà di essi vive completamente sola. Queste cifre
riguardano l'Italia e sarebbero notevolmente inferiori a quelle
registrate in altri paesi, dove la percentuale dei vecchi
soli raggiungerebbe, in certi rilevamenti statistici, le quote
incredibili del 50% negli USA e del 65% in Francia. Sia da
noi che all'estero, comunque, la vecchiaia solitaria è un
problema massimamente femminile, vuoi perchè la spettanza
di vita è dappertutto maggiore nella donna e vuoi perchè è
un fatto di costume un pò dovunque che l'uomo sposi una donna
più giovane. La vedovanza e la solitudine, quindi, si addicono
alla donna che sopravvive generalmente al marito più anziano
e biologicamente più fragile. Secondo il censimento del 1971,
quindi già trent'anni fa, più della metà delle donne italiane
ultrasessantenni viveva in condizione di solitudine in quanto
composta da vedove (42%) o nubili (16%o). Qualche altra cifra
in nostro possesso evidenzia una situazione difficile anche
nelle zone rurali dove, contrariamente all'opinione comune,
il 40%o degli anziani, uomini e donne, vive solo e per di
più, secondo dati di comune osservazione, in un ambiente meno
fornito di servizi sociali e sanitari rispetto alle città.
In queste, comunque, la situazione non si presenta meno
disagevole per l'individuo anziano che è costretto a condizioni
di vita difficili e malsicure per tutta una serie di circostanze
tra cui predominano la mancanza di spazi verdi, i ritmi di
vita accelerati, il traffico, l'inquinamento e, soprattutto,
l'inconsistenza dei rapporti umani che fanno sentire il vecchio
più solo ed isolato, per assurdo, proprio quando fa parte
di quei grandi formicai che sono le megalopoli. In uno studio
di qualche anno fa S. de Beauvoir, occupandosi di tale argomento,
riferiva che in un popoloso quartiere parigino superavano
il 30% le persone anziane che avevano interrotto qualsiasi
rapporto sociale, non ricevevano mai una lettera, non accettavano
visite, non conoscevano più nessuno e, al massimo, "scambiavano
tre parole al giorno con la panettiera all'angolo della strada,
da cui acquistavano pane, latte e qualche altro genere alimentare
per sopravvivere".La solitudine del vecchio nelle grandi città
si è inoltre aggravata, in questi ultimi anni, per l'aumento
della violenza e della criminalità, di cui gli anziani sono
spesso le vittime indifese, come dimostra un'indagine condotta
abbastanza recentemente in un popolare sobborgo romano. Tra
le altre situazioni di estremo disagio messe in evidenza da
tale questionario, risulta che gli anziani soli non si fidano
più di uscire di casa nemmeno nelle ore del pomeriggio, non
vogliono ricevere visite di alcun tipo e non aprono assolutamente
la porta a chicchessia, neppure all'assistente sociale benchè
ne riconoscano la voce.
Il quadro che ne risulta è abbastanza triste ed inquietante
se pensiamo che questi anziani delle grandi città, soli o
a coppie, finiscono con il rinchiudersi nella loro casa dove
li attendono lunghe e interminabili giornate di inattività
e solitudine. E non si creda che la solitudine a due sia migliore,
in quanto le coppie generalmente si mantengono escluse dalla
società in maniera più ermetica dei singoli. Nelle grandi
città sono più numerose di quanto si pensi le coppie di vecchi
coniugi, segregate fra le mura domestiche, che vagano per
la casa come ombre silenziose ed estranee, nella migliore
delle ipotesi indementiti, disperati e depressi nella peggiore.
Il progressivo restringersi delle relazioni sociali, infatti,
non può essere senza conseguenza sulla salute mentale dell'anziano.
Ci sono svariati studi, a questo proposito, tra cui uno molto
noto di Loewenthal sull'influenza dell'isolamento sociale
nei riguardi delle malattie mentali. L'autore avrebbe dimostrato
che la solitudine si trova spesso alla base di molteplici
stati di confusione mentale nel soggetto senile e, inoltre,
di altre turbe psichiche definite genericamente come "indebolimento
mentale". L'abitudine all'isolamento, durante il corso della
vita, non porta necessariamente nella vecchiaia a disordini
mentali, mentre, com'è noto, l'isolamento che non avviene
per scelta, quello subito per motivi socioeconomici o per
malattia cronica, può agire da fattore scatenante di disturbi
psichici.
Ad esempio, secondo alcuni psicogeriatri, la solitudine
e l'inattività che conseguono al pensionamento, agendo sulla
base di conflitti esistenziali non risolti nell'età adulta,
potrebbero essere causa di ulteriore disadattamento nell'età
senile. È necessario pertanto che ai fini dell'igiene mentale
del vecchio siano presi in esame interventi geragogici che
insegnino a prevenire isolamento e inattività e, sempre a
tale fine, a promuovere le varie attività di tempo libero,
sia di tipo relazionale che occupazionale. Anche gli attuali
servizi sociosanitari possono fornire, certamente, un contributo
importante in tale funzione preventiva, ma possono servire
soprattutto, secondo noi, a migliorare i rapporti tra anziano
ed operatori geriatrici ed anche tra l'anziano e gli utenti
di altri gruppi di età in modo da sviluppare con il vecchio
una migliore consonanza che coinvolga operatori sanitari,
malati e cittadini, eliminando ogni area di conflittualità
che tenda alla esclusione o alla sopportazione del vecchio,
atteggiamento quest'ultimo quant'altri mai negativo e pernicioso.
È indispensabile, pertanto, prima di ogni intervento socioeconomico,
medico, occupazionale, ricreazionale e attivante, educare
i singoli e tutto il complesso antropologico alla accettazione
pacifica della condizione senile, compito preminente e specifico
della geragogia a indirizzo sociale.
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