Geriatria e gerontologia
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Tempo libero e solitudine - 2  

In questa seconda ipotesi la disponibilità di tempo libero può diventare, per il vecchio, una contingenza propizia, la via maestra per un approccio educativo, se non addirittura l'unico riscontro possibile per qualsiasi ingerenza gerontologica, essendo l'anziano privo di punti di riferimento istituzionali ed incluso in una condizione, quella senile, contrassegnata spesso dall'inattività e dalla solitudine. Sono questi desolanti simulacri della condizione senile che sollecitano, più di ogni altro connotato negativo, l'intervento gerontologico programmato e diretto a saturare ogni frazione di tempo vuoto con intromissioni pedagogiche, attivanti ed occupazionali. Ci si riferisce, nel caso dell'anziano, al tempo libero di ogni ora e di ogni giorno, al tempo libero quotidiano e permanente, che non può confondersi, ovviamente, con l'altro tempo libero, quello di chi lavora o studia, occasionale o ricorrente, meglio designato come tempo di vacanza. Inattività e solitudine, pertanto, debbono considerarsi il frequente appannaggio del tempo libero permanente, quello di ogni giorno, che molto spesso non è tempo di vita partecipata, ma tempo libero in quanto liberato dal lavoro e, con esso, da compagnie, relazioni sociali, affetti. La cosiddetta "età libera" è ancora il patrimonio di pochi predestinati, mentre per i più il tempo libero è un tempo vuoto, è la stagione del nulla, è solitudine, esclusione da ogni partecipazione collettiva, annullamento dell'individualità.

La vita personale del vecchio è troppo spesso ridotta a poche, minime attività prive di contenuto sociale, la cui validità non è ratificata per di più dalla fascia più ampia dei giovani e degli adulti socialmente attivi. Questo dono del tempo libero che la società elargisce all'anziano fuori ruolo, questa età del riposo assoluto o, come si usa dire, della meritata quiescenza, non è altro, a nostro parere, che una sorta di pietosa ipocrisia, liberatrice forse dal senso di colpa di cui la coscienza collettiva soffre per l'espulsione coatta dell'individuo dal campo del lavoro e, quindi, dalla vita attiva. Il tempo libero offerto al vecchio, come abbiamo già osservato, è un tempo di forzata inattività nella grande maggioranza dei casi, ragione frequente di emarginazione sociale e di solitudine. Un connotato comune della condizione senile è, infatti, proprio la solitudine che fatalmente, direi, consegue a tutta una serie di eventi che vanno dalla vedovanza alla cessazione dell'attività lavorativa, dalla perdita progressiva dell'autonomia alla lontananza dei figli, che, come sappiamo, può essere geografica o anche semplicemente affettiva. La solitudine del vecchio non si identifica, comunque, con la condizione o lo stato di chi vive da solo o appartato. Per tale situazione è da preferire il termine isolamento che indica meglio la condizione di chi, spontaneamente o costretto da cause esterne, vive isolato, appartato dagli altri, ma non è necessariamente privo di affetti o amicizie, di appoggi, di persone che l'aiutino o l'assistano.

Quando del resto la vita in isolamento si compie, tanto per fare un esempio, per scelta personale e volontaria, come nel caso paradigmatico dell'anacoreta, non si può certo parlare di solitudine nel senso negativo che attribuiamo a questo termine nel nostro discorso.Allo stesso modo non è appropriato usare tale espressione nel caso non frequente di persone anziane che vivano da sole per loro elezione, ma conservando volontà e capacità di mantenere vivi i loro rapporti interpersonali ed il calore degli affetti. Solitudine vuol dire sentirsi soli e questo accade a chi vive isolato ed appartato, non per scelta propria, ma per condizione imposta dagli organismi sociali, economici e culturali del proprio complesso antropologico. In questo senso possono soffrire di solitudine, sentirsi soli, anche i vecchi che, pur vivendo in famiglia o in qualche comunità di tipo assistenziale, sono comunque ricusati dall'ambiente o non più approvati dalla collettività. Non deve stupire che una tale situazione si verifichi anche in famiglia e non soltanto, come sembrerebbe più prevedibile, negli ospizi, nelle case di riposo o nelle varie strutture protette. La solitudine, infatti, non risparmia nemmeno gli anziani che, pur inseriti in nuclei familiari numerosi, esperimentano paradossalmente l'isolamento affettivo e l'emarginazione quando la convivenza con i congiunti crea problemi e frustrazioni reciproche.

Dalla parte del vecchio c'è, infatti, un bisogno continuo e pressante di affetto ed una costante esigenza di comunicazione che non trovano sempre corrispondenza nei membri giovani e adulti della famiglia. Nella maggioranza dei casi figli e nipoti non sono in grado di dare una risposta completa ai bisogni esistenziali del loro congiunto che finisce per sentirsi un estraneo e quasi un intruso nel contesto affettivo familiare. La conclusione di questa breve digressione potrebbe essere che una risposta ai problemi dell'anziano non può cercarsi soltanto nell'organismo familiare che, nella società odierna, non ha più le caratteristiche nè i presupposti perchè il vecchio possa ancora estrinsecarvi la sua personalità e soddisfare in esso le proprie esigenze di vita, di relazioni interpersonali, di partecipazione. È indispensabile e urgente, come abbiamo più volte rilevato, un vasto piano geragogico che si proponga di educare la società in generale, oltre che l'individuo e la famiglia, allo scopo di favorire la caduta di tutti quei pregiudizi che hanno relegato l'anziano nel limbo dell'incomprensione e della solitudine. Si potrebbe obiettare, a questo proposito, che il senso di solitudine, questo sentirsi solo e abbandonato, non ha età in quanto è anche appannaggio del giovane e dell'adulto che talora, per certe difficoltà connesse alla evoluzione della loro personalità, esperimentano situazioni di angoscia e di abbandono non dissimili da quelle del vecchio.

È risaputo, del resto, che sentirsi solo, respinto e abbandonato può delineare una delle angosce più prepotenti che possano ghermire un essere umano, giovane o vecchio che sia. La solitudine del giovane, comunque, quando non sia di segno psicopatologico, è spesso una condizione esistenziale transitoria, frutto di un momentaneo smarrimento o di una ribellione impulsiva. L'anziano, invece, per un concorso di cause quali certi pregiudizi, l'ignoranza, l'indifferenza e, talora, anche la protervia degli altri, esperimenta sempre una situazione finale, di arrivo, quasi naturale ed obbligatoria. E ciò nonostante è dato spesso di osservare che questi esseri umani, avviati a percorrere l'ultimo tratto del loro arco biologico, fanno tutto quel che possono per essere accettati, per non vivere separati, per non avere più la sensazione di essere respinti dagli altri nel ghetto della solitudine e dell'abbandono. A questo punto, forse, sarebbe opportuno dare una dimensione alla gravità del fenomeno cercando di stabilire, con sufficiente approssimazione, il numero dei vecchi che vivono in solitudine, specie nell'età più alta che è anche la più ricca di bisogni. Non è facile, però, disporre di dati statistici attendibili circa la consistenza numerica di tale evenienza e tanto meno è agevole raccogliere informazioni sulle condizioni di vita nella fascia di anziani che vivono soli.

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