Geriatria e gerontologia
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Alcol e invecchiamento cerebrale - 1  

Il riferimento che sussiste tra abuso alcolico ed invecchiamento precoce è talmente evidente e irrefutabile che non richiede conferma alcuna sul piano clinicostatistico, rappresentando ogni alcolista di per sè un eccellente modello sperimentale per lo studio della senescenza prematura.

Interessante, a questo proposito, sarebbe piuttosto la conoscenza dei meccanismi patogenetici attraverso i quali l'insenilimento anticipato tende a realizzarsi, perché, con tutta probabilità, i medesimi congegni biologici intervengono, in tempi più lunghi ed in modo più subdolo, anche nel bevitore "adeguato". Lo scopo di questo rapporto, quindi, potrebbe essere quello di evidenziare alcuni dei molteplici effetti che l'uso delle bevande alcoliche, anche in dosi cosiddette "adeguate", esercita sull'involuzione senile del cervello umano.

In altri termini il nostro intendimento è di verificare, attraverso gli studi che si occupano del deterioramento cerebrale provocato dall'etanolo, se nella letteratura sono descritti altresì deficit cognitivi correlati all'alcol anche nei cosiddetti bevitori sociali. Questo particolare aspetto del problema riveste evidentemente una notevole importanza di ordine pratico per l'influenza che esso può avere nella impostazione di un programma geragogico, una volta che sia stata stabilita una sicura interferenza tra età ed alcol a dosi cosiddette adeguate nel processo d'invecchiamento cerebrale.

L'enorme interesse di cui è oggetto, da qualche anno, il cervello senile, sia nelle sue espressioni fisiologiche che in quelle secondarie o patologiche, ha suscitato un grande numero di ricerche, di pubblicazioni e di convegni in ogni parte del mondo. Il fiorire di tali iniziative è legato sia a motivi di ordine demografico per l'allungamento della vita media e, quindi, per l'aumento dei vecchi nella popolazione, sia a cause di carattere dottrinario che identificano nell'invecchiamento del cervello la regolazione biologica dell'invecchiamento di tutto l'organismo.

Ci sembra opportuna, pertanto, una breve rassegna delle conoscenze di cui disponiamo, oggi, sull'invecchiamento primitivo del cervello, per meglio comprendere, nello stesso tempo, la natura delle modificazioni molecolari che stanno alla base dei deficit cognitivi provocati dall'alcol, stante la dimostrata somiglianza degli effetti che alcol ed età hanno sui processi intellettivi e comportamentali. Prima di affrontare però il tema dell'invecchiamento cerebrale, sia pure in modo sommario e da un punto di vista essenzialmente geragogico, ci sembra opportuno premettere alcune considerazioni sui concetti di "normalità", "norma" e "normatività" in campo gerontologico seguendo il commento esegetico che ne ha dato F.M.Antonini.

Per normalità si deve intendere il massimo avvicinamento alla perfezione nel processo di adattamento senile all'ambiente, per cui normale è quel vecchio, che, uniformandosi nel modo migliore alle variazioni ambientali, modifica il suo organismo solo in funzione del fattore età e si presenta quindi con i caratteri propri della longevità. Quando si parla di norma, invece, ci si riferisce ad una semplice espressione statistica di determinati livelli funzionali riferibili ad una data classe di età, considerata nel proprio contesto storico, geografico e culturale.

La norma, in altri termini, corrisponde a quello che si trova nella maggioranza dei casi e cioè alla media. Per rimanere nel campo della senescenza cerebrale, ad esempio, il fatto che la maggioranza delle persone anziane soffra di ipomnesia è nella norma, non è certo nella normalità, in quanto ci sono anche dei vecchi che non ne sono affetti. Essere sofferenti di presbiopia senile, invece, è sia normale che nella norma in quanto interessa tutta la popolazione che invecchia. Si definisce normatività, infine, la facoltà del vecchio normale di istituire nuove norme in situazioni nuove, vivendo la vecchiaia fisiologica che è normale e normativa al tempo stesso. Se riuscissimo a trovare un centenario senza riduzione delle "clearances" renali, non lo potremmo considerare di certo nella norma, ma ci direbbe quello che è normale a cento anni ed avrebbe un valore normativo.

A questo punto, sulla base di tali premesse, verrebbe fatto di chiederci se sia possibile fare una precisa distinzione tra invecchiamento normale e patologico anche nella vasta e multiforme fenomenologia che caratterizza l'invecchiamento cerebrale. Sul piano speculativo potremmo affermare, secondo Antonini, che l'invecchiamento cerebrale fisiologico si segnala per essere normale e normativo a differenza di quello patologico o secondario che si caratterizza, all'opposto, per un adattamento inadeguato alle variazioni ambientali. In campo geragogico ci sembra, però, di maggiore interesse una definizione clinicopratica dell'invecchiamento cerebrale primitivo che potremmo identificare, in questo senso, come il complesso di modificazioni che si verificano in individui privi di malattie del sistema nervoso e consistente nel declino di specifiche funzioni quali la memoria, l'apprendimento e certe funzioni sensoriali. Tralasciando ogni altra premessa di tipo semantico ci sembra opportuno, a questo punto, introdurre direttamente l'argomento con alcune cifre che, meglio di qualsiasi dissertazione, servono ad inquadrare la materia nel modo più idoneo.

Le statistiche ufficiali, infatti, mostrano chiaramente perchè l'invecchiamento cerebrale rappresenti oggi un problema che richiama l'attenzione non solo del mondo scientifico, ma anche di quello politico, sociale ed economico. Si pensi solo al fatto, per molti versi sconcertante, che gli Stati Uniti spendono mediamente cinquantamila miliardi di lire all'anno per curare i loro tre milioni di dementi. In Italia si effettuano in media diciassette milioni di visite all'anno per disturbi imputabili alla senescenza e le proiezioni statistiche prevedono che nel 2010, e cioè tra nove anni appena, più del 20% della popolazione con età superiore ai sessantacinque anni sarà affetta da patologia correlata con l'invecchiamento cerebrale.

È questo un eufemismo che sta per sindrome demenziale e costituisce, quindi, un problema enorme e preoccupante se si considera che l'Italia è uno dei paesi con la più alta percentuale di anziani nel mondo. I numeri in nostro possesso sulla distribuzione percentuale della popolazione superiore ai 65 anni vedono in testa l'Italia, infatti, con una cifra del 16,4%, dato che si riferisce comunque ad una indagine statistica di qualche anno fa. Anche ammettendo che tale percentuale non abbia subito e non subisca variazioni nei prossimi anni resta il fatto significativo che ci saranno in Italia almeno due milioni di dementi entro una decina di anni appena.

Non è facile, comunque, distinguere nel processo d'invecchiamento cerebrale la normalità dalla patologia per il fatto che, con il trascorrere degli anni, la norma si dissocia sempre più dalla normalità e finisce con il comprendere una serie di alterazioni patologiche che, quando sono passibili di compenso, permettono comunque un livello funzionale compatibile con un minimo di vita sociale in un determinato ambiente. La demenza, scrive Antonini, è ancora quasi del tutto sconosciuta in Africa, "ma non perchè non esista, ma per la grande tolleranza della famiglia, la posizione di rispetto del vecchio e la facilità di assistenza all'interno del nucleo familiare.

La vita in simbiosi con la natura e con gli animali rende certe alterazioni del comportamento del tutto indifferenti" e, aggiungiamo, facilmente tollerate e quindi ancora considerate nella norma. Evidentemente il concetto di normalità non è sempre facile da applicare agli studi sull'invecchiamento cerebrale e la frontiera tra normale e patologico (che spesso corrisponde alla norma) è imprecisa ed alquanto sfumata. È possibile affermare che la patologia cerebrale in geriatria non può essere considerata come una semplice alterazione della funzione, ma deve riguardarsi altresì come un'alterazione dei meccanismi di compenso che il cervello senile mette in atto per sopperire al proprio invecchiamento.

Lo studio della senescenza cerebrale non deve, comunque, essere disgiunto in alcun modo dal complesso generale delle ricerche sull'invecchiamento degli organismi viventi, processo che può essere interpretato in linea di massima come un progressivo deterioramento delle capacità omeostatiche e di adattamento all'ambiente. Nel caso dell'uomo il deterioramento di tali capacità porta ad un abbassamento della soglia di morbilità (e quindi ad un aumento della letalità), con il risultato che l'invecchiamento non si conclude quasi mai in modo fisiologico ed il vecchio soggiace pertanto ad una morte "precoce" o patologica, che risulta essere la morte di più comune riscontro. Gli studi sull'invecchiamento umano non hanno, quindi, soltanto un interesse speculativo e teorico, ma rivestono ovviamente un'immensa importanza pratica per il fatto che possono tradursi in efficaci interventi educazionali, preventivi e terapeutici.

Da un certo punto di vista, infatti, l'invecchiamento dell'uomo può essere riguardato come un processo morboso, nel quale è dato di riconoscere, il più delle volte, una comune interazione tra genotipo ed ambiente. Le due componenti, genetica ed ambientale, assumono naturalmente una diversa importanza nel meccanismo di senilizzazione, con la risultanza di un processo più o meno "fisiologico" a seconda che prevalga l'uno o l'altro dei coefficienti d'invecchiamento. Ora è noto che tra i fattori ambientali dell'invecchiamento umano un peso preminente è riservato a certi tipi di patologia, per lo più a carattere degenerativo, che intervengono sovrapponendosi ed accelerando, quindi, il processo di senescenza fisiologica. I principali fattori medici di rischio sono rappresentati da obesità, ipertensione e diabete, che costituiscono forse la triade capitale, associati naturalmente ad altri agenti non meno rilevanti, quali appunto possono considerarsi la bronchite cronica, la patologia vascolare, le malattie articolari e quelle alcolcorrelate.

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