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Sulla sofferenza Torna agli editoriali

di

Luigi G .Grezzana,Presidente Nazionale Società Italiana Geriatri Ospedalieri ( S I G Os )
Matteo Grezzana, Dirigente Medico Divisione di Geriatria Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona

Nel mondo sviluppato, il problema dell'eutanasia rimbalza, con forza, probabilmente per due motivi. Le conoscenze mediche hanno ampliato il sapere sull'organismo umano, consentendo spazi di intervento sempre più vasti.
Sino al 1500, c'era una netta distinzione fra Scienza e Religione. Questo dualismo, però, culminò in scontri fra autorità religiose e uomini di scienza, quali Galileo e Keplero.
Galileo sosteneva che i dottori della Chiesa non si dovessero interessare della natura delle cose. A suo dire, sarebbe stato come se un Principe si fosse occupato di medicina o di architettura. Ne sarebbero derivati guai per gli infermi e per gli edifici.
Nella storia dell'uomo, 500 anni sono niente. Dal dualismo fra scienza e religione nacque il Rinascimento.
E così, il pensiero scientifico ebbe l'avvio. Il progresso, che mirava a liberare l'uomo dalla povertà e dalla fatica, iniziò la sua strada tormentata. L'uomo, con le sue capacità, assumeva sempre più valore, indipendentemente, dal suo ruolo sociale.
In quella fase storica, il torchio di Gutenberg è stato essenziale per la diffusione della cultura.
Col tempo, la tecnologia ha diffuso un approccio "vitalistico", che ancora ci contagia. Tutto ciò che non ci piace viene negato, anche la morte.
Eppure, il morire è un momento della vita e, forse spesso, ci si dimentica che, anche allora, c'è qualcosa da dire.
Oggi, sembra essere venuto meno il senso della morte, soprattutto, quando il morire è legato al patire.
E' probabile che l'uomo moderno soffra di più di quello di un tempo. Ed è più solo. Anche le nostre città che si espandono in senso verticale, accentuano la solitudine. E' ben noto che l'abitare in piani diversi, come succede nei palazzi dei nostri quartieri, realizza un isolamento, una solitudine.
Un tempo, era costume vivere in gruppo e condividere tradizioni ed abitudini del passato.
Oggi, l'uomo è solo. Malgrado si adoperi per combattere le cause delle malattie, non riesce a mitigare la sofferenza. La ricerca, le conquiste della medicina, le cure avanzate, la sua lotta indefessa contro i mali e le fatiche, a volte sembra che gli si rivoltino contro e patisca ancora di più.
Negli ultimi 40-50 anni, la medicina ha avuto una evoluzione incredibile.
Quarantacinque anni fa, a Verona, solo il 10% dei decessi, avveniva in pazienti con oltre 70 anni.
Ora, le cose sono assolutamente cambiate. L'aspettativa di vita si è notevolmente allungata. Moltissimi sono gli anziani in buona condizione di salute. Merito della medicina, ma non solo. Tutte le conquiste vanno sempre inserite, nella società in senso lato.
L'uomo si è adoperato in tutti modi per vincere la fatica. Sempre. Altresì, ha appreso quanto fosse importante l'igiene.
Malgrado le grandi conquiste, molti sono gli interrogativi non evasi, in particolare, la morte ed il dolore. Sono realtà con cui ci si confronta tutti i giorni. Certamente, la risposta non può essere né l'eutanasia, né l'accanimento terapeutico.
Si è vinta la fatica, ma non lo stress, le preoccupazioni, il disagio, che spesso entrano con prepotenza nell'eziopatogenesi delle malattie.
L'epifenomeno è la somatizzazione.
E' giusto combattere il dolore, ma sarebbe ancor più giusto imparare ad affrontarlo. In fondo, la vita e la morte trovano, nel dolore, "l'anello mancante", il trait d'union di queste realtà su cui sempre l'uomo si è interrogato.
Il dolore ricorda all'uomo il suo limite. Ma la sofferenza tradisce anche la sua grandezza, la sua individualità. Infatti, nessuno si può sostituire ad un altro, né nel dolore né nella morte.
Sembra quasi che il patire sia un tributo che si debba pagare per vivere.
L'uomo soffre una impossibile eternità. In fondo, la malattia dell'uomo, come più volte ribadito, è "malattia d'infinito".
Forse, quando si è giovani, non ci si pensa molto. Se la paura della morte ci accompagna quasi sempre, il dolore ci è accanto, sempre. E' un'ombra pressoché costante.
L'uomo, assorbito dal suo dolore, si isola. Si innalza un muro fra chi soffre e chi non soffre. Di fatto, se coinvolti dal patire, vediamo il mondo in un modo diverso. Mentre la gioia ti apre al mondo, il dolore ti chiude al mondo. Si diventa meno disponibili agli altri, si esperisce un interesse solo per sé.
Eppure, chi patisce, spera di condividere con altri il suo dolore. Chi soffre, in fondo, è solo. La sua solitudine gli fa vedere un mondo circoscritto, piccolo. Tutto quello che esula dal suo patire non gli interessa. Si ritira in se stesso.
Quindi, il dolore è solo di chi soffre, ma pesa sul senso della vita di tutti. Chi soffre merita rispetto anche perché nessuno è immune dal patire.
Il dolore, la tristezza, mettono l'uomo alla prova.
La storia dell'uomo è giunta ad interpretazioni estreme, non condivisibili, del dolore.
Ci sono state epoche in cui la malinconia era quasi di moda. Nel XIX secolo, per esempio, il Romanticismo aveva proposto una visione del tutto nuova della natura. Veniva vista come una madre benevola, provvidente, fonte dei valori più veri.
L'uomo romantico desiderava l'infinito. Si era assistito al crollo della ragione ed alla rivalutazione del sentimento. Il sentimento è proprio di ogni persona per cui era inevitabile sfociare nell'individualismo. Questo assumeva varie forme, dal titanismo, al vittimismo, sino all'impegno attivo nella società.
Il titanismo era l'espressione estrema dell'individualismo. Ribadiva l'orgogliosa affermazione dell'io sulla realtà. Il vittimismo era il rovescio della medaglia. Si fuggiva dalla realtà ricorrendo al passato, al sogno e al ricordo.
Queste correnti di pensiero arrivavano ad onorare malattie come la tisi ed il suicidio.
Era anche ineludibile una esaltazione della passione amorosa. Persino l'aspetto fisico veniva condizionato da questa interpretazione romantica. Bisognava essere pallidi, sofferenti. Fra gli alberi, veniva esaltato il salice piangente.
Anche se la malinconia fa parte della vita, non mi sembra opportuno esaltarla, innamorarsene, issarla a bandiera dell'esistenza.
Le conquiste della medicina e della scienza mirano a restituire la terra all'uomo. Il mondo è visto come dominabile e, quindi, ci si illude di dominare anche il dolore.
Invero, la medicina,oggi, tende a celare, ad allontanare il dolore. La propaganda ci vuole tutti sempre felici.
Il delirio dell'onnipotenza ci abbaglia.
L'uomo moderno sa che non può mai apparire stanco, provato. Deve sempre essere in forma, altrimenti è fuori dal tempo.
Il malato chiede di non soffrire. Una forma di eutanasia si compie nelle case di riposo. L'anziano emarginato dalla società, dagli affetti, dalla propria casa, realizza una morte "a rate".
La riflessione sull'eutanasia è di estrema attualità, soprattutto, da quando il parlamento olandese ha deciso di legalizzare tale pratica. E' un problema da affrontare in un modo pacato e fermo, per i valori che entrano in gioco.
La tematica dell'eutanasia, comunque, non è nuova e non è prerogativa del nostro tempo. E' vero, peraltro, che oggi è di attualità.
I grandi traguardi della medicina, a volte, ci illudono che tutto sia possibile.
Oggi, è palese un approccio euforico alla vita che non contempla la morte.
E' vero, peraltro, che emergono tendenze filosofiche che mirano a recuperare ed a valorizzare il tempo del morire. La morte è l'atto supremo del vivente, è il culmine della vita. C'è e non si può scotomizzarlo.
Ed invece, si tende a negare questo evento.
La tecnica e la medicina, in particolare, continuano a spostare "tre onde più in là" il momento estremo. Sembra sempre più impellente il bisogno di eternità, quasi, ad illuderci che sia possibile una vita senza la morte.
Malgrado si sappia di dover morire, tacitamente si spera che questo, per ora, non accada. Rimandiamo la possibilità e, forse, coltiviamo l'illusione che qualcuno, prima o poi, trovi il farmaco dell'immortalità.
Non è male desiderare la vita, tutt'altro. Non è male sperare che si trovi rimedio alle patologie, però, la morte e la malattia sono dell'uomo.
Gli scenari che viviamo, portano a bandire la morte ed il dolore. Questo, per lo meno in parte, giustifica l'accanimento terapeutico e l'eutanasia. Sono soluzioni estreme e, solo apparentemente, opposte. In realtà, originate dalla medesima cultura.
Oggi, la vecchiaia inizia più tardi e dura più a lungo. Però, alla fine, arriva malgrado si tenti di esorcizzarla in vari modi. Spesso, la si ignora, quasi, viene negata.
Ed allora, la morte diventa estranea, aliena.
L'approccio all'esistenza, proposto dai media, porta ad attribuire senso alla vita, in proporzione alla sua efficienza. Sembra, quasi, che la vita umana debba essere misurata in base alle prestazioni possibili.
Questo metro penalizza chi non può essere all'altezza.
Ne deriva che le condizioni di malattia e di sofferenza tendono a punire le persone più deboli.
Come conseguenza ineludibile, si arriva all'arbitrio di porre termine alla vita come diritto del soggetto e dovere della collettività.
Il tutto viene, alla fine, mascherato come un atto di pietà.
Una società che non sia capace di assicurare, sempre e comunque, il senso profondo della vita, non è accettabile.
Non è una conquista della libertà accettare che alcuni si sentano inutili. Ciascuno deve avvertire che la sua vita ha sempre un senso, indipendentemente, dalle condizioni di efficienza in cui egli si venga a trovare.
Per eutanasia, in senso vero e proprio, si deve intendere una azione od una omissione che, di natura sua e nelle sue intenzioni, procuri la morte a scopo di eliminare il dolore.
La terapia del dolore non può mai essere considerata alla stessa stregua dell'eutanasia anche se ha, come effetto collaterale, quello di abbreviare la vita. La cura del dolore non ha mai l'obiettivo di procurare la morte, ma solo di rendere sopportabile una condizione di sofferenza.
Con l'eutanasia si vuole la morte del malato, anche se per ragioni umanitarie, mentre, con la cura del dolore si vuole una vita dignitosa.
Correnti di pensiero sostengono che l'eutanasia risponda a motivi di compassione, assecondando la volontà del malato. Quando il paziente non fosse più in grado di manifestare la sua decisione, si fa riferimento ad altre occasioni in cui l'avesse espressa.
Invero, di compassione si può parlare solo quando ci si fa solidali con il dolore altrui. Non può essere una soluzione la morte evocata.
L'arbitrio raggiunge il culmine quando medici o legislatori si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire.
La società va pensata al servizio della persona e non viceversa. Ne consegue che tutti debbono avere un equo accesso alle risorse, in particolare, non possono essere esclusi i più fragili.
Certamente, la morte, preceduta da sofferenze atroci e prolungate, angoscia.
Talvolta, si parla di diritto alla morte, intendendo morire con serenità. La condanna all'eutanasia non contrasta con la ricerca di condizioni che garantiscano, a tutti, il morire con dignità.
Il morente chiede di non essere lasciato solo ed abbandonato a se stesso. Spesso, dietro alla domanda di eutanasia, si nasconde quella più profonda di solidarietà e di compagnia.
Qual è la risposta? Sono convinto che il dolore più grande non sia quello fisico che, oltretutto oggi è dominabile, ma quello della mente. Spesso, però, il dolore del corpo serve per lenire il dolore della psiche. Eppure, il dolore più forte non è né quello del corpo né quello della psiche, ma l'abbandono.
Il medico si è sempre interrogato sul significato dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico. E' giusto combattere, ribellarsi al dolore senza dimenticare, però, che il dolore ci insegna. Forse, non ha un senso nemmeno chiedersi che cosa significhi il patire, perché fa parte della vita. E' molto più importante saper rispondere quando si è interrogati. E nessuno è esonerato.
La risposta al dolore è nella prossimità, nel fermarsi con compassione, come insegna la parabola del buon Samaritano.
Nel nostro tempo, la morte ha rimpiazzato il sesso come principale tabù.
Sin dalla tenera età, non si esita nell'educazione all'amore, anche nelle sue espressioni più segrete. Amore e sofferenza fanno parte della vita, eppure, si ha paura del dolore in tutte le sue manifestazioni, al punto di negare la morte.
Ma non sempre.
Se da una parte non c'è la morte privata, quella intima, dall'altra viene enfatizzata la violenza della morte, come evento mediatico, come spettacolo. E' proposta in modo intollerabile, se l'obiettivo, è colpire e stupire. Quindi, non più morte come fase della vita che insegna, ma morte come impatto che stordisce.

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Luigi G .Grezzana,Presidente Nazionale Società Italiana Geriatri Ospedalieri ( S I G Os )
Matteo Grezzana, Dirigente Medico Divisione di Geriatria Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona

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