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Attivitą fisica e senescenza Torna agli editoriali

di
Giovanni Cristianini

Lo studioso di gerontologia che voglia proporre l'attività fisica quale sussidio idoneo ad un buon invecchiamento deve prima confermare il reale beneficio della stessa sull'organismo e sulla psiche dell'individuo senescente che l'abbia praticata per un periodo sufficiente ed in modo continuativo ed appropriato. E' facilmente intuibile, infatti, come già il semplice approccio ad un problema alquanto complesso qual'è appunto quello dell'attività motoria nel soggetto anziano, possa comportare difficoltà notevoli sia dal punto di vista medico-geriatrico che da quello più specificatamente geragogico.

Attività fisica e senescenza sono due realtà che possono condizionarsi a vicenda con influenze di segno opposto, negativo o favorevole, a seconda degli effetti reciproci che queste due contingenze o situazioni sono in grado di trasmettere l'una all'altra, nel corso della vita dell'uomo. Oggi si comincia ormai ad accettare la supposizione che la perdita di forza e di mobilità legate all'invecchiamento, siano in parte dovute anche a certe mutazioni nell'attività fisica ( o meglio a particolari cambiamenti nello stile di vita ) che si accompagnano, e favoriscono in molti casi, una sorta di senilismo o senilità anticipata, oltre che ad essere dovute alle modificazioni strutturali e metaboliche associate all'età stessa. E' questa un'ipotesi che mi sento di condividere, già avanzata da V. Marigliano e dagli altri che si sono occupati dell'argomento in varie occasioni ( 1 ).

E' infatti un dato di fatto che nel passato, anche recente, non sono stati molti gli studiosi a sostenere che uno stile di vita attivo e fisicamente impegnato, anche in età avanzata, fosse in grado di influire in modo positivo sullo stato di salute e sulle peculiarità di vita del soggetto anziano.Le varie teorie secondo cui lo scadimento della funzione fisica e il degrado della qualità vitale dovessero interpretarsi come conseguenze inevitabili e scontate nell'avanzamento della senescenza, hanno condotto ad opinioni controverse sull'utilità dell'attività motoria in età geriatrica.
Probabilmente si supponeva che un mutamento dello stile di vita nel soggetto in età anziana potesse sovvertire una condizione di equilibrio psicofisico instabile, costituitasi nel corso dell'invecchiamento, e che l'anziano fosse maggiormente soggetto ad eventi sfavorevoli (cadute,ecc…) associati all'esercizio fisico continuativo.A prescindere comunque da questa nostra ipotesi, resta il fatto che nei paesi evoluti il tempo riservato all'attività motoria, sia essa svolta nel tempo libero o per occupazione lavorativa, si abbassa gradualmente col trascorrere degli anni. Indagini del NHIS ( 2 ) dimostrano che meno del 30% della popolazione anziana degli Stati Uniti esercita in modo continuativo l'attività fisica , dati questi confermati anche da altri studi tra cui quello pubblicato da Yusuf e coll ( 3 ). Ne consegue che l'inattività fisica che si registra con l'avanzare dell'età, spesso correlata a cambiamenti nello stile di vita, è spesso causa di ulteriore deterioramento delle alterazioni connesse al normale processo d'invecchiamento, non solo, ma anche di vere condizioni patologiche che aumentano ulteriormente lo stato di inerzia, creando così un circolo vizioso che alla fine conduce al sedentarismo e alla perdita dell'indipendenza. A questo proposito vorremmo citare uno studio abbastanza recente di Stessman e coll. ( 4 ) nel quale è stato confermato che soggetti anziani con stile di vita più attivo hanno una sopravvivenza maggiore, non soltanto, ma nell'indagine è stato anche provato che diventare fisicamente attivi in età avanzata può ancora aumentare l'aspettativa di vita.

Al geriatra spetta pertanto il compito di accertare, prima di ogni altra cosa, se un'attuazione continua e controllata dell'esercizio fisico agisca o meno, nell'età avanzata, come un fattore di minore morbilità, evenienza questa che riveste un notevole significato speculativo, pratico e pedagogico, a seconda dei diversi interessi di chi si trova ad operare in tale campo.

A questo proposito è certamente utile riferirsi all'esperienza acquisita dalla medicina sportiva che ha potuto constatare nei veterani come l'uso costante e sorvegliato di un'attività sportiva adeguata sia in grado di incrementare le resistenze globali dell'organismo, riesca a contenere l'involuzione muscolo-scheletrica e cardio-respiratoria, ottenendo, nel contempo, di stimolare l'attività psico-intellettuale del soggetto. Infatti il favorevole effetto di un regolare e continuo esercizio fisico sembrerebbe sia stato documentato - nella letteratura specializzata - anche sugli stati ansiosi, sull'insonnia, oltre che sul tono dell'umore e sulle capacità intellettive in generale. Se la consuetudine sportiva, quindi, è sicuramente in grado di conservare nell'anziano uno stato di salute migliore, non ci sembra peraltro del tutto infondata la congettura che anche la pratica dell'esercizio fisico in generale abbia la capacità d'influire positivamente sull'invecchiamento cosiddetto usuale e, probabilmente, d'interferire in modo diretto anche nei confronti di quello biologico o primitivo, vale a dire dell'invecchiamento che viene indicato anche come "fisiologico".

L'invecchiamento, infatti, può definirsi come un progressivo disadattamento di fronte alle ordinarie fluttuazioni dell'ambiente esterno ed interno dell'organismo umano ed è verosimile che ogni fattore in grado di comprometterne l'adeguamento ecologico debba anche essere in grado di accelerare tale fenomeno. In questo senso anche la progressiva limitazione dell'attività fisica, conseguenza del sedentarismo meccanizzato e della pianificazione strumentalizzata di ogni lavoro muscolare, può intervenire nel favorire un precoce invecchiamento e nel facilitare l'insorgenza di quelle malattie che più frequentemente troviamo quali fattori determinanti dell'invecchiamento secondario, da alcuni designato come "usuale", in contrapposizione a quello che abbiamo definito normale o biologico.

Come abbiamo appena osservato la sedentarietà è particolarmente diffusa nei soggetti anziani, non solo per il fatto che essi debbono soggiacere molto spesso alla malattia ed alla disabilità, ma anche perché nella moderna società si è progressivamente ridotta la necessità di muoversi, dato lo sviluppo della tecnologia nel mondo del lavoro e con la comparsa e la diffusione di sempre nuovi mezzi di trasporto, fatti questi che hanno portato ad uno stile di vita sempre più sedentario, conseguenza difficilmente evitabile del nuovo modello sociale che si è andato sviluppando. Ed infatti già l'invecchiamento stesso, anche se non secondario alla malattia, comporta di per sè una riduzione progressiva del movimento, che consegue ai fenomeni involutivi fisiologici che caratterizzano l'insenilimento dei vari organi ed apparati coinvolti nell'attività fisica dell'uomo.

Abbiamo già avuto modo di osservare ( 5 ) che la senescenza deve considerarsi anche un fenomeno ecologico ( non solo bio-antropologico ) e quindi strettamente correlato anche alle situazioni ambientali ed al sistema o stile di vita di ogni individuo. Non possiamo quindi disinteressarci dei rapporti e delle interferenze che sussistono tra invecchiamento ed attività fisica, ma dobbiamo anzi occuparci degli effetti che il lavoro muscolare può avere sul processo di senescenza e, parimenti, della tolleranza all'esercizio fisico riscontrabile nel soggetto senile. Si può facilmente intuire, a questo proposito, che la progressiva riduzione di ogni attività che richieda l'impegno delle masse muscolari debba fatalmente ripercuotersi sui meccanismi omeostatici dell'organismo e sulle sue capacità di adattamento all'ambiente.

Ne consegue che un soggetto invecchia tanto più e tanto prima quanto meno è in grado di adattare le sue mutate dotazioni fisiche alle normali fluttuazioni del sistema ambientale che lo circonda, per cui il processo biologico d'invecchiamento è negativamente influenzato da un tipo di vita nel quale l'uso delle strutture motorie è progressivamente ridotto sino al raggiungimento del sedentarismo e di una eventuale condizione di sovrappeso, accompagnata dagli altri più comuni fattori di rischio patogeno.Se teniamo presente, infatti, che il sessanta per cento del ricambio energetico individuale compete al sistema muscolare striato, risulta evidente l'importanza che può assumere la riduzione dell'attività muscolare nel sistema biologico di un individuo, nei riguardi anche di quelle modificazioni metaboliche che accompagnano non solo l'invecchiamento "fisiologico" ma anche e di più quei processi patologici che così spesso lo complicano e lo anticipano, trasformandolo in secondario.Senza entrare nel campo degli studi sperimentali e fisioergometrici, dal nostro punto di vista è sufficiente, a questo proposito rilevare ( e segnalare ) che è ormai comunemente accettata l'importanza "patogenetica" dell'ipocinesia nell'anticipazione dell'invecchiamento e che, d'altra parte, una razionale attività muscolare è in grado di regolare la vitalità di un organismo che invecchia sia in condizioni normali che patologiche.

L'attività muscolare nel soggetto che invecchia si è dimostrata non solo un mezzo di attivazione generale ma anche di stimolazione su vari organi e funzioni, acquistando così non soltanto un carattere terapeutico, non sostituibile da alcun farmaco, ma anche un valore preventivo in quanto in grado di ridurre il fisiologico decremento delle capacità di adattamento dell'organismo. La progressiva limitazione dell'attività fisica, infatti, l'aumento delle situazioni stressanti e il disadattamento progressivo nei riguardi dell'ambiente sono fattori che possono influire negativamente non soltanto sull'invecchiamento "fisiologico" ma anche facilitare l'ìinsorgenza di eventi morbosi, come abbiamo già avuto modo di osservare, che accelerano ed aggravano il processo stesso. L'invecchiamento dell'uomo, vale la pena di ripeterlo, non è quindi soltanto un fenomeno biologico ma anche ecologico ed antropologico in senso lato, per cui l'adulto in età pre- senile dev'essere educato a mantenere, entro certi limiti, la sue prestazioni fisiche per conservare quelle condizioni funzionali di adeguamento ecologico che possono consentirgli di sopravvivere in maniera idonea nel suo ambiente di vita. In altri termini il lavoro muscolare consente un migliore adeguamento dell'organismo alle mutevoili condizioni ambientali e permette altresì di potenziare la capacità omeostatica del soggetto senescente che proprio con l'aumentare degli anni va progressivamente riducendosi.

E' quindi indispensabile che una sufficiente attività muscolare sia prevista nello stile di vita di ogni persona, regolata ovviamente dall'idoneità individuale e dal tipo di occupazione abituale. A questo proposito va tenuto presente che il processo d'invecchiamento esercita, a sua volta, una progressiva influenza sulla tolleranza a lavoro muscolare, per cui, col passare degli anni, esistono peculiarità di risposta tipicamente individuali che è necessario conoscere per una adeguata valutazione del lavoro fisico eseguibile da ogni soggetto anziano.Oggi si comincia ad accettare l'ipotesi, già riportata, che la ridotta attività motoria legata all'invecchiamento rappresenti in buona parte un fatto di costume, dovuto anche ai cambiamenti nello stile di vita che si accompagnano quasi obbligatoriamente alla senilità, oltre che ad essere dovuta, ovviamente, alle modificazioni strutturali e metaboliche associate al trascorrere degli anni. Abbiamo infatti osservato poc'anzi che l'estendersi della vita sedentaria e la pianificazione dell'attività muscolare nell'uomo moderno incidono sul suo adattamento biologico all'ambiente di vita e possono, per questa via, favorire l'insorgenza di un invecchiamento precoce che riconosce, il più delle volte, nel fatto morboso un elemento aggravante ed accelerante.

D'altra parte è stato accertato che un'attività fisica, intesa in senso estensivo, non solo è in grado di ostacolare l'evolutività di tali processi morbosi, ma non è escluso che intervenga talora favorevolmente anche sul processo d'invecchiamento naturale. Se vogliamo ora catalogare gli effetti principali che l'esercizio fisico controllato determina sull'organismo dell'anziano o, comunque, dell'adulto che si accinge a diventarlo, pensiamo sia il caso d'iniziare da una valutazione schematica che consideri in primo luogo l'apparato muscolare. A questo proposito ci sembra opportuno iniziare ad elencare brevemente quelli che sono gli effetti dell'esercizio fisico sull'apparato muscolare scheletrico del soggetto anziano, che si caratterizza, com'è noto, soprattutto per la sarcopenia , con una riduzione in prevalenza delle fibre muscolari di tipo II, a contrazione rapida, conseguente alla riduzione dell'attività fisica dovuta anche, in parte, a quello che abbiamo definito come "senilismo".

Tra gli effetti dell'attività fisica continuativa e controllata è possibile generalmente riscontrare un processo ipertrofico delle fibre muscolari striate che si accompagna ad un netto decremento del grasso interstiziale, ad una maggiore capacità ossidativa dei mitocondri, ad un aumento del contenuto glicogenico e ad un netto innalzamento del rapporto tra capillari e fibre.Tali modificazioni provocano, sul versante funzionale, un potenziamento dell'influenza trofica e del tono muscolare con aumento della forza e della tolleranza allo sforzo, attitudini che con il crescere dell'età sono destinate appunto a presentare una graduale riduzione.Una fisioattivazione controllata, quindi, è in grado di contrapporsi in parte alla riduzione del tono e del trofismo, dipendenti dall'età e dal sedentarismo, aumentando di conseguenza la forza muscolare e la resistenza all'esercizio, come abbiamo appena detto, ed intervenendo altresì favorevolmente a livello della coordinazione neuromotoria. La maggiore tensione isometrica, che corrisponde alla maggiore tolleranza allo sforzo, è verosimilmente riferibile ad alcune variazioni biochimiche della fibra, quali l'incremento della fosforilazione ossidativa, il già citato aumento della concentrazione glicogenica, oltre al migliorato rapporto tra capillari e fibre dianzi riferito.Inoltre va sottolineato che l'attivazione del sistema muscolare striato rende possibile un migliore adattamento funzionale non solo a livello della fibrocellula , ma nell'intero organismo, posto continuamente di fronte alle abituali variazioni del suo ambiente interno ed esterno. In tale senso l'attività fisica può consentire, oltre a maggiori prestazioni motorie, anche una migliore regolazione neuromuscolare, che è pure alla base della postura, ed il cui scadimento in particolare caratterizza l'invecchiamento di tale sistema.

Se prendiamo in esame, in modo analogo, le modificazioni senili dell'apparato respiratorio, possiamo riscontrare facilmente che la progressiva riduzione del tessuto elastico e l'aumento del collagene intervengono a determinare un decremento della capacità espansiva polmonare e rendono, di conseguenza, meno agevole il rinnovo dell'aria alveolare, mentre la ridotta possibilità estensiva del territorio perfusivo capillare e l'accrescimento delle resistenze capillari stesse aumentano il costo respiratorio e compromettono l'ematosi. Sul versante più propriamente funzionale l'invecchiamento del polmone ( sempre nell'anziano in condizioni di ipocinesia ) comporta una riduzione del 50% della capacità vitale e di circa il 60% della VEMS, mentre raddoppia il volume residuo, che è notoriamente il volume d'aria presente nei polmoni dopo un'espirazione massimale (6). Nel complesso, quindi, possiamo osservare che la capacità di lavoro respiratorio massimale è limitata nel vecchio, anche in considerazione dell'elevato numero di malattie respiratorie rilevabili nella popolazione anziana, nonostante che spesso il soggetto si presenti apparentemente normale. Va rilevato, comunque, che se, da un lato, la serie di limitazioni che abbiamo elencato impedisce la pratica di un lavoro fisico rilevante, dall'altro, essa può indirizzare l'esercizio fisico verso particolari modalità di esecuzione che possono favorire, in definitiva, un miglioramento della capacità aerobica massima e di quella ventilatoria.

Quanto sopra esposto, lo ripetiamo, si verifica in grado maggiore nell'anziano ipocinetico, come risulta dal fatto dimostrato che la pratica ( continuativa e controllata) di esercizi di tipo aerobico è in grado, invece, di favorire un aumento di Capacità Vitale e VEMS di circa il 20%, una discreta riduzione del Volume Residuo, un apprezzabile aumento del rapporto Ventilazione/Perfusione e del V02 max, il Massimo Consumo di Ossigeno.

Anche per quanto concerne l'apparato cardio-circolatorio è ormai acquisito che l'attivazione controllata dello stesso, tramite l'esercizio fisico, consente non solo di migliorare l'irrorazione coronarica, ma di guadagnare elementi biologici utili quali lo sviluppo di circoli collaterali miocardici, di favorire l'aumento relativo del rapporto di perfusione ed anche di una ridotta sensibilità alle catecolamine ( con favorevoli conseguenze antischemiche ed antiaritmiche ), oltre a determinare altresì variazioni dell'equilibrio coagulativo-fibrinolitico che sembrano intervenire positivamente, secondo recenti acquisizioni, anche nella riduzione del tasso di mortalità per infarto miocardico. La possibilità che l'attività fisica abbia anche un'azione antitrombotica è stata avanzata da alcuni Autori ( 7 ), ma non è stata confermata da altri ( 8 ).Comunque va ricordato che nel 1996 l'American Heart Association ha inserito il sedentarismo nella lista delle variabili individuali che possono considerarsi veri e propri fattori di rischio per la malattia coronarica, non solo, ma l'ipocinesia è stata considerata un fattore coronarico, in questo senso, sicuramente modificabile, dato che si può prevenire e che risulta reversibile adottando adeguate norme igieniche di vita ( 9, 10 ).

E' stato inoltre messo in evidenza un incremento della frazione di eiezione del ventricolo sinistro, una riduzione della pressione arteriosa (sistolica e diastolica ) ed un miglioramento del rapporto capillari/fibre miocardiche ( 11 ).

Ricordiamo inoltre che una valida e semplice misura dell'efficienza cardiovascolare nell'anziano, che pratica attività motoria, è rappresentata dal Consumo Massimo di Ossigeno ( prodotto della gittata cardiaca per la differenza arterovenosa periferica di ossigeno ) del quale è dimostrato un declino con l'età a partire dai trent'anni, regressione questa che è influenzata anche dalla ridotta attività fisica, come risulta dal dato che gli anziani allenati presentano una diminuzione minore del consumo stesso.

Inoltre ricordiamo, per inciso, che - nell'invecchiamento fisiologico - il contributo atriale al riempimento diastolico ventricolare diventa maggiore per compensare la ridotta compliance del ventricolo ( o minore distensibilità), che non viene più attribuita soltanto a modificazioni anatomiche (amiloidosi, lipofuscine, fibrosi interstiziale ), ma soprattutto al ruolo svolto dai mitocondri ( delezioni del mtDNA) con conseguente deficit del metabolismo energetico cellulare e modificazioni del ruolo del calcio che gioca un ruolo importante a questo riguardo. Di conseguenza durante l'attività motoria dell'anziano sedentario è l'aumento soprattutto della gittata sistolica ( e non della frequenza cardiaca come nel giovane) ad assicurare l'aumento della gittata del cuore, considerato il declino dei recettori beta- adrenergici ( con diminuzione dell'attività simpatica ) e l'aumento dell'impedenza aortica ( o resistenza all'eiezione che nel vecchio diviene maggiore a causa della rigidità aortica ).Ma teniamo presente che se è vero che la frequenza cardiaca basale - nell'anziano- si abbassa a riposo, durante lo sforzo è dimostrato che essa può raggiunmgere, nel soggetto allenato, livelli massimi più elevati rispetto a quelli cui può arrivare in quello sedentario, comportandosi quindi, entro certi limiti naturalmente, come nei soggetti meno anziani.

Numerosi studiosi sono dell'avviso che molte altre variazioni della struttura organismica generale e delle sue funzioni, correlate al processo d'invecchiamento, possono essere contenute e ritardate dall'attuazione di un programma continuativo di attività fisica. Indagini di tipo prospettico, infatti, hanno confermato che l'esercizio motorio, oltre agli effetti muscolari, cardio-vascolari e respiratori, è in grado di opporsi alla perdita progressiva di massa ossea, di migliorare la funzione articolare e di salvaguardare quella neuromotoria.Infatti possiamo affermare, anche sulla base della nostra esperienza, che negli individui anziani che seguono un regolare programma di attivazione fisica si registra generalmente una migliore capacità di difendersi dai pericoli dell'ambiente, comprese le cadute ed i traumi in genere.

Da indagini di tipo prospettico, tratte dalla letteratura specializzata, risulta, come abbiamo detto, che l'attività motoria è in grado di opporsi anche alla perdita progressiva di massa ossea nel vecchio, oltre che di migliorare la sua funzione articolare a seguito degli interventi protettivi sulle corrispondenti strutture.E' noto, a questo proposito, che la massa ossea della donna è nettamente inferiore rispetto a quella dell'uomo e deve subire, inoltre, un rapido decremento in periodo post-menopausale a causa del deficit estrogenico, come è risaputo. L'osso trabecolare nella donna, per portare qualche dato, subisce infatti una riduzione del 20-25% entro cinque anni dalla menopausa, per passare poi ad una perdita complessiva dell'1% all'anno. Per quanto concerne l'osso corticale, invece, esso si riduce del 10% nei primi cinque anni. L'uomo invece si mantiene sempre sotto l'1% di perdita ossea, limite nel quale rientrano entrambi i valori sia dell'osso trabecolare che di quello corticale ( 0,7-0,2 % ).Abbiamo già detto che l'esercizio fisico serve a prevenire osteopenia ed osteoporosi e, quindi, a prevenire le conseguenti eventuali fratture, ma va aggiunto che tale risultato si ottiene anche perché l'attivazione fisica nell'anziano fa registrare nel contempo una migliore capacità di difendersi dai pericoli dell'ambiente, rappresentati soprattutto dalle cadute e dai traumi in genere. Nell'anziano che segue un regolare programma di educazione fisica si può registrare una migliore capacità di difendersi dal pericolo, appunto, delle fratture, grazie alla migliore stabilità posturale, ad una una buona coordinazione dei movimenti e ad un sufficiente senso dell'equilibrio, che si riesce a fargli mantenere, appunto, con la pratica regolare dell'attività motoria. E' appena necessario ricordare al lettore che quando menzioniamo la stabilità posturale, vogliamo semplicemente intendere la capacità di mantenere una determinata posizione statica o dinamica, e che tale attitudine a mantenere una certa postura del corpo tende a diminuire generalmente dopo i sessanta anni ed è considerata, appunto, una delle cause di rilievo associate al rischio di cadute nell'anziano.In conclusione ci sembra opportuno rimarcare che una condizione di instabilità posturale nell'anziano può essere certamente attribuita ad alterazioni del sistema muscolo.scheletrico, oltre che a disturbi della funzione vestibolare, dei centri e delle vie nervose, ma non va dimenticato che tale instabilità può essere anche riferita alla minore flessibilità delle articolazioni, che caratterizza molti invecchiamenti.

Meno conosciute sono invece le conseguenze psichiatriche dell'esercizio fisico regolare, anche se siamo in possesso di un discreto numero di acquisizioni scientifiche sugli effetti psicologici dell'attività fisica aerobica. Soggetti anziani sono stati valutati in questo senso e giudicati meno ansiosi o depressi dopo una regolare attività fisica aerobica, anche se a tutt'oggi non sono stati ancora condotti studi sistematici sul trattamento della depressione involutiva. Possiamo tuttavia ribadire che l'attività fisica, essenziale ad ogni età per la salute dell'organismo, presenta comunque tra i tanti risultati positivi sui vari organi ed apparati, anche quello di limitare, nel complesso, lo scadimento delle funzioni cognitive. E possiamo con sicurezza affermarlo per quanto ancora non si sappia con precisione quali siano i meccanismi che sono alla base di questi effetti vantaggiosi, che non sono soltanto psicologici, nonostante sia spesso evidente che chi pratica il movimento presenta generalmente un tono dell'umore più alto e tende ad osservare la vita con occhio più interessato e quindi a comprederla meglio ed a viverla con profitto maggiore. Non si può escludere infatti che l'attività fisica possa ottenere questi risultati anche aumentando il flusso cerebrale e risvegliando la produzione di fattori trofici, vale a dire di principi in grado di stimolare l'attività neuronale e di salvaguardare funzioni importanti, quale è appunto la memoria. A questo proposito va ricordato che la pratica dell'attività fisica non porterebbe soltanto ad un miglioramento delle funzioni cognitive in generale, ma potrebbe intervenire riducendo significativamente anche il rischio di sviluppare demenza, come dimostrano diversi studi longitudiali, tra cui quello più recente di Abbot et et al. ( 12 ).

E'compito della geragogia, pertanto, insegnare all'anziano, meglio se già nell'età antecedente, l'importanza del movimento e stabilire, per ogni soggetto, un programma personalizzato e continuativo di attività motoria, spiegandone nei particolari i vantaggi fisici e psicologici che integrano nell'interessato l'immagine di sé e ne migliorano l'autostima.

Come anticipato più volte in precedenza, la prestazione fisica dell'anziano, in condizioni cliniche normali, non dipende esclusivamente dall'età, ma è in buona parte influenzata dalla perdita della consuetudine all'esercizio motorio. Questo avviene già in periodo pre-senile per abitudini di vita, influenze culturali e tipo di occupazione, in seguito a cui l'attività fisica viene progressivamente ridotta, specialmente dopo il pensionamento. Tale situazione determina un effettivo "decondizionamento" biologico allo sforzo (13), che provoca una ulteriore riduzione delle riserve funzionali nell'organismo, in aggiunta al depauperamento fisiologico correlato all'età, ma dal quale l'ipocinesia dev'essere tenuta distinta in quanto può risultare in molti casi reversibile.
Per concludere possiamo affermare che l'attività fisica nell'uomo che invecchia induce sempre un'attivazione globale dell'organismo, influendo positivamente sul processo d'invecchiamento e potenziando inoltre quell'adattamento ecologico la cui perdita rappresenta l'aspetto più caratteristico della senilizzazione umana.

Bibliografia
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